venerdì 28 novembre 2008

Una dose di ricordi

Quando ho sostenuto la prova scritta di Italiano all'esame di maturità, la traccia di letteratura riguardava un raffronto tra Leopardi e Montale, relativamente a come questi avevano affrontato il tema del Ricordo nelle loro opere. Il tema mi piacque molto: scrissi di getto quasi 15 facciate - con buona pace della commissione d'esame che ebbe la compiacenza di premiarmi con 60/60imi - ma senza capire pienamente il senso dei versi che commentavo. Oggi forse lo capisco. E se facessi il poeta, il Ricordo costituirebbe un cardine anche della mia poetica.

Non sono uno di quelli che si sentono vecchi, dimostro anche - modestamente - meno anni di quelli che ho, non ho particolari rimpianti. Eppure recentemente ho scoperto di avere dei ricordi, che l'esperienza apparentemente solo ludica dei Fujiko Mon Amour mi ha permesso di esplorare a fondo.

E' difficile da dire, e faccio fatica a spiegarlo con le parole ma... capita che a volte pensi a come eri, e fai un raffronto tra come allora immaginavi la tua vita di oggi e come questa sia veramente. Tornano a galla quei pomeriggi soleggiati quando potevi guardare la TV stando seduto per terra, ed il salotto di casa tua diventava lo spazio ideale, in cui facevi entrare le immagini del migliore dei futuri possibile, a cui davi vita semplicemente con un pensiero.

E' proprio il ricordo di quelle proiezioni ad urlare più forte. E anche se per mia fortuna quelle immagini non sono tanto diverse dalla realtà (che alla fine rimane il sogno più bello, e l'unico per cui valga la pena vivere), capita che a volte si percepisca un leggero alone di vuoto.

Per capire certe cose, per comprendere questo vuoto e avere la coscienza di quanto sia leggero ma ingombrante, possono bastare cose da poco: la copertina di un libro per ragazzi che leggevi alle elementari, un amico di infanzia che non vedevi da tempo, un vecchio cartone animato, una vecchia sigla, una voce. Una voce di bambina, per la precisione.

La voce di Alessandra, che faceva vibrare l'aria della sigla di "Pat la Ragazza del Baseball". La voce di Alessandra, che oggi non c'è più ed ha salutato tutti troppo presto. La voce di una bambina con un marcato accento milanese, che mi ricorda tanti bambini che ho conosciuto al mare e che immaginavo, una volta tornati a Milano, sempre tristi e soli, sempre umidi di un velo di malinconia che non riuscivo a giustificare (e questo è stato il primo vero luogo comune della mia vita). E quella voce, proprio quella, forse per la partenza improvvisa di Alessandra, coetanea di allora e ricordo di oggi, diventa l'immagine di quel tempo che non c'è più e la misura oggettiva, insindacabile e spietata della differenza tra il domani che sognavi ieri e l'oggi in cui mi trovo.

Morale della favola: l'ho fatto. Ho acquistato i 6 DVD della serie completa di "Pat la Ragazza del Baseball" nell'attesa che i Fujiko Mon Amour si decidano a metterne la sigla in scaletta. Perché certe volte, quei ricordi, ce li dobbiamo tenere stretti. Perché quei ricordi hanno valore in sé stessi, per quello che siamo prima ancora che per quello che eravamo, perché rendono bello Oggi più che farci rimpiangere Ieri.

3 commenti:

MarcoSabba ha detto...

Linkato nel mio del.icio.us col tag "cultura"...
Ho detto tutto. Grazie da Sabba

Giulio Petrucci aka "il Petrux" ha detto...

Come al solito sei esagerato... ;-)

Anonimo ha detto...

Sono concorde.

Un saluto da Wallace.